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Siamo tutt* Terrestr*! - Ideologia e pratica antispecista

Premettiamo che è più semplice fare antispecismo che parlarne, ma considerando il momento storico che stiamo attraversando è il caso di mettere in chiaro alcuni punti fondamentali, imprescindibili per poter definire al meglio il concetto stesso di antispecismo. Prima di tutto però è necessario chiarire che cosa sia lo specismo e, conseguenzialmente, l'antropocentrismo. Si può dire che lo specismo è figlio di quella cultura antropocentrica che pone l'essere animale umano come specie dominante sul pianeta e su ogni specie vegetale e animale presente sulla Terra. Una cultura del dominio che porta la maggior parte delle persone a sentirsi libere, disinteressate o inconsapevoli, di segnare, direttamente o indirettamente, la morte di quelle specie animali ritenute inferiori rispetto all'animale umano, e quindi sacrificabili per ragioni di gola, guadagno, cultura. Questa convinzione è stata rafforzata da quel fenomeno di delega che, soprattutto dopo la rivoluzione industriale, ha portato il consumatore a vivere con distacco ciò che si cela realmente dietro a quei processi produttivi che causano devastazione ambientale, sfruttamento animale, oppressione dei popoli.
Una strategia molto cara all'industria, che si tratti di piccola o grande produzione, che punta a deresponsabilizzare il consumatore che in questo modo non percepisce il peso che hanno le proprie scelte quotidiane e quanto egli possa fare la differenza, che si tratti dei delicati equilibri ambientali o della libertà di altri esseri viventi.
Per questo "siamo tutt* terrestri", perché l'essere animale umano è una delle tante specie che la Terra ospita, un pianeta che deve essere concepito come il primo, grande, essere vivente che è nostro compito preservare e tutelare, nel rispetto delle altre specie vegetali e animali, senza l'arroganza e quell'egocentrismo di specie che ci fa ergere a dominatori di territori e giustizieri di altri esseri viventi.
A prescindere dalla specie di appartenenza, siamo tutt* figl* e ospit* dello stesso pianeta, appartenenti a quel mondo animale di cui anche l'essere umano fa parte, non come dominatore, ma come uno dei tanti tasselli che devono incastrarsi tra loro per determinare quella convivenza pacifica che garantisca a ogni essere vivente pari libertà e diritti.
L'antispecismo è cultura, pensiero, azione e soprattutto rispetto; è un modo di percepire, concepire e agire, una scelta che pone come principi il rispetto della vita in senso assoluto, la parità e la libertà di ogni essere vivente.
L'antispecismo non è un traguardo, ma un percorso da sviluppare e nutrire ogni giorno, che parte dal veganismo e da quella scelta nonviolenta da applicare a ogni nostra azione quotidiana.
L'antispecismo è liberazione animale, umana e della Terra, tre aspetti che non possono prescindere gli uni dagli altri.
L'antispecismo non è solo animalismo e non deve neanche essere concepito come tale, in quanto l'animalismo spesso si riduce a un'espressione di lotta limitata, specista e in alcuni casi anche fascista, che per queste ragioni spesso risulta controproducente ai fini della liberazione terrestre.
Il percorso antispecista deve condurre a concepire la liberazione totale, che non sarà mai auspicabile se si conducono le lotte in maniera settaria: auspicare la liberazione animale senza quella della Terra porta gli animali graziati dai luoghi di sfruttamento a essere introdotti in un ambiente che ad oggi è soffocato da cemento e industrie, avvelenato da sostanze chimiche e idrocarburi, dove le aree verdi sono sempre più rare. Quindi quanto si può veramente parlare di liberazione?
Al giorno d'oggi, nella società per come è costituita in questo momento, non è possibile definirsi antispecisti. È importante comprendere quanto questo sia un percorso che dura tutta la vita e che deve portare nel quotidiano a domandarsi cosa poter fare per essere meno impattanti del giorno precedente.

Anche se ad alcuni la seguente affermazione potrebbe non piacere, è doveroso precisare quanto l'antispecismo sia politica, ma non quella alla quale siamo abituati e ci hanno voluto abituare, bensì la politica dal basso, svincolata da ogni forma partitica e istituzionale, fatta dalle persone attraverso ogni scelta quotidiana.
Per questa ragione è altrettanto importane specificare, anche se non dovrebbe essercene bisogno, che l'antispecismo è antifascismo, in quanto rappresenta la quadratura del cerchio, l'evoluzione e l'unione naturale di tutte quelle espressioni di lotta che combattono le varie forme di discriminazione: antirazzismo, antisessismo, antiomotransfobia etc.
Questo va precisato, perché troppo spesso vengono espressi pensieri quali "per gli animali va bene tutto", "agli animali non importa il colore della bandiera". Gli animali non umani hanno tutto il diritto di non interessarsi a questi aspetti, ma chi abbraccia, sostiene e porta avanti idee antispeciste invece sì.
Lottare per la liberazione animale trascurando o, peggio ancora, calpestando le altre lotte, disinteressandosene o ritenendole di secondaria importanza, significa alimentare quella stessa ideologia specista che l'antispecismo deve invece combattere.
Un percorso, quello antispecista, che non deve assolutamente essere imposto né dall'alto né dal basso, bensì intrapreso attraverso il risveglio delle coscienze, un processo stimolato dall'informazione, dalla diffusione della verità, quella che troppo spesso viene celata da chi lucra grazie alla permanenza di una società specista.

Per la stessa ragione l'antispecismo rifiuta ogni forma di istituzione e gerarchia: auspicare la liberazione attraverso l'approvazione di leggi è una strategia fallimentare quanto pericolosa.
Imporre la liberazione animale attraverso l'approvazione di leggi può apparire come un atto di fascismo e oppressione che non ha nulla a che vedere con il concetto stesso di liberazione.
Si tratta di un approccio fallimentare perché, oltre al fatto che le leggi si fanno e si disfano ogni giorno, l'aspetto più pericoloso è rappresentato dal fatto che la liberazione animale non è avvenuta per una reale presa di coscienza del problema da parte della società, ma attraverso un'imposizione dall'alto che di fatto non cambia la mentalità delle persone.
Non sono le lotte a breve termine che conducono alla liberazione, ma un percorso di informazione e dialogo costante che porti ad un cambiamento solido e duraturo, basato su idee pure, non su imposizioni né tantomeno da trampolini elettorali.

Come ogni movimento che si rispetti, anche quello antispecista sta già subendo quel processo di mercificazione tanto caro al mercato e all'industria che punta a svuotare la lotta di ogni principio e valore, riducendola semplicemente a una moda, nel tentativo di assicurarsi sempre nuovi consumatori.
Un esempio su tutti può essere l’opera di mercificazione subita dal movimento punk del ’77, al quale siamo molto legati, che aveva la sua espressione vegetarianista e antimilitarista, e che non è morto quando i Clash hanno firmato per un’etichetta come molti potrebbero sostenere, ma quando i suoi simboli sono stati svuotati di ogni valore e principio.
Parliamo di spille da balia e borchie che ad un certo punto sono state strumentalizzate dalla moda e applicate su vestiti eleganti e articoli figli di quel capitalismo che il punk rifiutava.
Questo è solo un esempio per spiegare quanto il movimento antispecista sia già soggetto a tale processo di mercificazione, ancor prima di aver potuto esprimere a pieno i suoi valori e la sua identità.
Il fatto che icone dello sfruttamento globalizzato come McDonald’s, Granarolo, Cremonini (che per chi non lo sapesse è il primo produttore di carne di manzo in Italia, se non in tutta Europa, fornitore dello stesso McDonald’s e dei principali supermercati, proprietario della catena Chef Express e Road House) introducano sul mercato scelte alimentari definite vegan, da un lato denota la paura di queste super potenze che temono di perdere papabili clienti, dall’altro è un subdolo tentativo di ridurre la lotta a una mera scelta alimentare e di guadagno.
L’obiettivo dell’antispecismo non è quello di veganizzare l’industria, quanto piuttosto di prendere sempre più le distanze da essa, tornando al piccolo, a un commercio più sostenibile sotto ogni aspetto, basato sul chilometro zero, sulla stagionalità, sul prepararsi le cose a casa, sullo scambio, un ritorno alla natura, insomma.
Il veganismo non deve ridursi alla ricerca spasmodica di surrogati industriali che sostituiscano gli alimenti di origine animale; non si tratta di una dieta o di una scelta alimentare, ma di un atto di rifiuto nei confronti di quelle dinamiche di sfruttamento messe in pratica dall’industria – la cui base alimentare è solo una parte, conseguenza di idee e valori – e che quindi non può e non deve scendere a compromessi con essa.

L’antispecismo prima di tutto deve essere un percorso quotidiano da fare su se stessi, un miglioramento quotidiano alla ricerca di una sostenibilità ambientale e sociale sempre più spiccata, perché non si può pretendere di elargire informazioni e al tempo stesso risultati se innanzitutto non si è coerenti con se stessi.
La pretesa e l’imposizione sono due aspetti che vanno dimenticati; le caratteristiche dell’attivismo antispecista devono essere umiltà, pazienza e immedesimazione.
Umiltà, perché nessuno nasce antispecista, perché bisogna sempre ricordarsi che non si fa attivismo per sfogare le proprie frustrazioni, per ingrandire il proprio ego né per ragioni di protagonismo. Non si lotta per se stessi, ma per la vita di altri esseri viventi la cui libertà è determinata anche dall’efficacia e dalla serietà con cui si conduce l’attivismo.
Pazienza, perché ognuno ha bisogno dei propri tempi per fare le giuste riflessioni; c’è chi può essere stimolato da un aspetto piuttosto che da un altro, e pazienza, perché spesso capita di ricevere insulti e a volte anche qualche alzata di mano alle quali bisogna rispondere con indifferenza.
Immedesimazione, perché è indispensabile ricordare che, anche se si è intrapreso il percorso antispecista, anche noi in passato abbiamo commesso errori che adesso riteniamo abominevoli, ma che non sono cessati ricevendo insulti, subendo giudizi o vedendosi puntare il dito contro.

La cultura della nonviolenza (fisica, verbale, psicologica e comunicativa) deve essere il mezzo attraverso il quale diffondere quell’informazione pulita che conduce al risveglio delle coscienze, a comprendere che il cambiamento è nelle proprie mani e che il futuro non è scritto!

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