Green Hill non è finito!

18 luglio 2012
Una data storica: Green Hill viene posto sotto sequestro.
Alle spalle una campagna partita dal basso che per più di due anni ha portato migliaia di persone in piazza a lottare contro una multinazionale della vivisezione, ma soprattutto contro ogni luogo di sfruttamento e ogni forma di dominio.
Un evento unico e indelebile nella lotta di liberazione totale.
Una testimonianza di come l’attivarsi in prima persona e il non delegare a istituzioni e associazioni siano l’essenza e la forza di ogni lotta.
Ma questa data non può e non deve ricordare “solo” i 2639 beagles scampati all’inferno dei laboratori.
Il sequestro e poi la chiusura di Green Hill hanno rappresentato la salvezza per tutti gli individui che vi erano rinchiusi ma, al tempo stesso, anche un colpo ben assestato all’interno di una lotta dai forti contenuti politici: non era solo un allevamento della Marshall ad esserne minacciato.
La realtà degli allevamenti e dei laboratori non era più invisibile.
La forza dell’azione diretta era sotto gli occhi di tutti.
Non si voleva solo la liberazione di quei cani, ma di ogni individuo rinchiuso in un luogo di tortura e sfruttamento.
Si stava riuscendo a mettere in discussione l’intero sistema capitalista su cui si basa la società in cui viviamo.
La chiusura di Green Hill è stata fatta sembrare una decisione arrivata dall’alto in virtù di leggi, giudici e gendarmi, un calcolato specchietto per allodole.
L’allevamento era chiuso e i beagles salvi.
Una vittoria appagante che ha segnato la fine di una mobilitazione già smembrata da strumentalizzazioni e infiltrazioni qualunquiste e destrorse.
Così l’onda della rivoluzione si è inesorabilmente infranta.
Al grido di “tutti uniti per gli animali” si è ricominciato a delegare, a svuotare di significato il concetto stesso di antispecismo.
Tra tessere di associazioni e false promesse di politici complici e raccatta voti, i vivisettori hanno potuto tornare ad agire indisturbati.
Anche la “questione Green Hill” non interessa più a nessuno.
Da Montichiari non partono più cani verso i laboratori, ma la vivisezione continua a esistere, può sembrare scontato e banale ma purtroppo va ricordato.
E il silenzio è cosi provvidenzialmente caduto anche sul processo che vede imputati (oltre a 3 dipendenti) i veterinari dell’Asl di Brescia, distretto di Lonato del Garda, responsabili dei controlli a Green Hill: Silini Roberto e Giachini Chiara.
Hanno scelto il rito abbreviato per evitare la radiazione dall’albo.
Si sono resi complici per anni di maltrattamento e uccisioni dei cani “difettosi”: affetti da patologie curabili ma economicamente svantaggiose.
Hanno omesso di effettuare i controlli previsti dal D.Ivo 116/1992 e dagli artt 99 e ss del Testo Unico Leggi Regionali in materia di sanità (Legge Regionale n 33 del 30 dicembre 2009).
Hanno comunicato in anticipo le ispezioni programmate dall’Asl di Brescia, dalle Autorità Sanitarie Regionali e dal Ministero della Salute.
6023 decessi tra il 2008 e il 2012.
Se non si tiene alta l’attenzione su questo processo (calendarizzato per il 7 febbraio prossimo) anche questi integerrimi veterinari dell’Asl se la caveranno con una condanna irrisoria.
Come abbiamo visto per Graziosi Renzo, il veterinario alle dipendenze di Green Hill, responsabile di migliaia di uccisioni ingiustificate, condannato recentemente in via definitiva a un anno e sei mesi (che non sconterà) e a sei mesi di sospensione dall’esercizio della professione e che tornerà ad esercitare il 24 marzo 2018.
Più che una condanna la definiremmo una vacanza.
Non ci accontentiamo della chiusura di un allevamento. I suoi complici devono pagare.
Allevamenti e luoghi di oppressione ce ne sono e saranno in ogni luogo.

La lotta per la liberazione animale e della terra non è a intermittenza e non è finita!

RS

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