War Job: banche armate

Strumento impiegato da stati e multinazionali per dividere e sottomettere intere popolazioni raggiungendo così il controllo delle terre, la guerra rappresenta un business per banche ed istituti di credito: vero motore dei conflitti bellici a prescindere dal luogo dove essi vengano consumati.
Nel 2017 le transazioni relative a l’esportazione di armi all’estero, quelle segnalate, hanno sfiorato i 5 miliardi di euro a beneficio delle seguenti banche: UniCredit (2,8 miliardi), Deutsche Bank (700 milioni), Bnp Paribas (252 milioni), Barclays Bank (210 milioni), Banca Popolare di Sondrio (174 milioni) e Intesa San Paolo (137 milioni). (Dati: Rete Italiana per il Disarmo)Banche_armate2018_000
Tra queste si sta facendo largo la forse meno nota banca Valsabbina, ma che opera nell’esportazione dei sistemi militari sin dal 2006.
Banca d’appoggio di RWM Italia SpA (succursale italiana della multinazionale tedesca Rheinmetall Defence) che, oltre a quello sito in Sardegna, possiede stabilimenti anche nel bresciano grazie alla collaborazione con S.E.I. SpA (Società Esplosivi Industriali), la Valsabbina gestisce le transazioni relative all’esportazione delle bombe Mk 80 all’Arabia Saudita, impiegate nei bombardamenti in Yemen.
La S.E.I., negli anni ’60 assorbita dalla multinazionale francese E.P.C. (Explosis et Produits Chimiques), viene fondata a Ghedi dal 1933 e nonostante dal 2010 abbia abbandonato gli affari inerenti alla produzione di esplosivi per il settore della Difesa, ad oggi rappresenta un appoggio per RWM Italia S.p.A.
Presente sopratutto in Lombardia e Veneto, la banca Valsabbina ha 8 filiali solo nel bresciano, da dove ha origine il 25% delle esportazioni di armi e munizioni all’estero, di cui il 6% destinato a rifornire l’esercito della Turchia.
Il primato bresciano nell’esportazioni di armi all’estero lo si deve anche alla presenza sul territorio di altre due aziende leader nella produzione di strumenti d’oppressione.
In Val Trompia ha infatti sede la Beretta, storica fabbrica d’armi da fuoco fondata nel 1526, attualmente gestita da Franco Gussalli e dal fratello Pietro Gussalli Beretta che nel 1995 crea la Beretta Holding, azienda satellite del gruppo, costituita al fine di amministrare gli affari all’estero.
Come la joint-venture siglata ad inizio 2018 tra Beretta e la Balzan Holdings, sociatà appositamente creata dal ministero della difesa del Qatar, un accordo finalizzato a soddisfare le esigenze delle forze armate governative del Qatar e alla costruzione di un nuovo sito industriale, con sede a Doha, per la produzione di armi portatili.
Non va dimenticata la Breda Oto Melara SpA, controllata del gruppo Leonardo con stabilimenti anche a La Spezia, che si occupa della produzione di armi da caccia, armi da guerra, cannoni e componenti per blindati, blindati, munizioni e di mantenere viva la cultura della guerra in generale.
Allo scopo di normalizzare i conflitti bellici, nel 2013 l’azienda bresciana inaugura anche il museo Breda Meccanica Bresciana: una mostra fotografica permanente auto celebrativa con immagini, filmati e cimeli che ripercorrono le storiche produzioni.
Il pezzo forte di tale museo è la visita al bunker antiaereo e antigas.
Produrre armi rendeva l’azienda obiettivo sensibile durante la seconda guerra mondiale e quindi si dotò, su ordine del ministero della guerra, di un bunker antiaereo che oggi è possibile visitare rivivendo uno dei più violenti bombardamenti che la città subì nel corso del conflitto bellico.
Tale ”intrattenimento” consiste nella registrazione autentica della sirena dell’epoca che preannuncia l’arrivo degli aerei e l’inizio dell’imminente bombardamento.
Rievocazioni storiche che sono la quotidiana realtà per popoli come quello curdo e palestinese, per chi resiste e lotta nel Rojava, ad Afrin o nella Striscia di Gaza, dove regimi oppressivi si fanno largo grazie alle armi fornite dall’Italia.

RS

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Fonti: osservatoriodiritti bresciaoggi disarmo banchearmate

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