Amazon: l’esistenza artificiale

Un impero costruito dalla necessità, indotta o meno, della società contemporanea di filtrare ogni aspetto dell’esistenza attraverso uno schermo.
Un fenomeno definito tecnocentrismo che, oltre ad assorbire la libertà di ogni individu* fornendone una mistificata, appositamente costruita al fine di indirizzare consumatori e consumatrici nella direzione voluta dal sistema in base ai segnali da loro stess* forniti, negli anni ha generato una dipendenza un tempo sconosciuta.
Il “modello” Amazon, la seconda azienda nella storia del capitalismo ad aver raggiunto un valore superiore ai 1000 miliardi di euro (ben oltre il PIL prodotto dalla Svizzera per rendere l’idea) dopo Apple, è cresciuto cibandosi dei segnali forniti da una società sempre più automatizzata, nelle decisione e nelle azioni, sublimando il concetto stesso di delega.
Fondata nel 1995 da Jeff Bezos, la multinazionale con sede a Seattle deve l’origine del nome al desiderio del lobbista di rievocare nelle persone un’immagine imponente strumentalizzando ciò che la natura ha creato (il Rio delle Amazzoni) e, non da meno, di collocare la propria azienda all’inizio dell’ordine alfabetico.
Un business basato sulla possibilità di reperire ogni merce desiderata con un click, ma se all’inizio Amazon forniva solo un servizio per acquistare libri magari difficili da reperire, successivamente ha sviluppato un modo diverso per leggerli (kindle), un nuovo modo di pubblicare (createSpace), uno strumento automatizzato per recapitare le consegne: Amazon Prime.
Quest’ultimo, un servizio ancora in fase di sperimentazione e che permetterebbe ai pacchi di giungere autonomamente nelle case volando a circa 13 chilometri di altezza dal suolo, è un servizio che prevede l’uso di droni: la stessa tecnologia impiegata in ambito militare e, più recentemente, utilizzata dall’esercito israeliano nel corso delle operazioni repressive contro il popolo palestinese e nei bombardamenti sulla Striscia di Gaza.
Servizi senza dubbio rivoluzionari, che l’asciano però invariate, o peggiorano ulteriormente, quelle dinamiche di dominio che l’umano sta delegando alle macchine in una subdola opera di greenwashing delle coscienze.
Amazon oggi vende tutto: verdura biologica (recentemente ha acquistato Whole Foods Market, società statunitense del biologico con oltre 473 supermercati sparsi tra Stati Uniti, Canada e Regno Unito), produce serie televisive, affitta i propri spazi informatici a terzi per l’archiviazione di dati.
Il tutto gestito da macchine, che però necessitano della mano umana.
Le persone che lavorano nei vari magazzini adibiti allo smistamento delle merci devono seguire gli ordini delle macchine, le quali riportano i secondi impiegati dagli/dalle impiegat* nello spostare un pacco da una stazione a quella successiva.
Analizzano, giudicano e determinano il livello di produttività e, infine, forniscono un servizio di sorveglianza: il danneggiamento di un pacco o il calo del ritmo di lavoro viene denunciato in automatico al leader umano.
Ma un impero, per potersi definire tale, necessita di costante espansione, ed ecco che i vertici di Amazon da qualche tempo stanno valutando la possibilità di colonizzare 39 ettari di terreno (sui quali far sorgere nuovi magazzini per la logistica) nel comune francese di Grandchamp-des-Fontaines, dipartimento della Loira, ad appena due chilometri dalla ZAD di Notre Dame des Landes: ulteriore esempio di come la prevaricazione della Terra determini stati di schiavitù.

VM

Fonte: zadibao

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