Spettacolarizzare l’antispecismo

Riceviamo e pubblichiamo un’interessante riflessione scritta da Ludovico, che offre un’analisi su come i media stiano usando l’antispecismo allo scopo di fare notizia, svuotandolo di fatto del suo reale significato al fine di renderlo un fenomeno di spettacolo, affrontando allo stesso tempo il modo in cui attivisti/e animalisti/e dalle finalità ambigue stiano contribuendo a ridicolizzare la lotta per la liberazione animale, umana e della Terra, facendo apparire chi promuove queste istanze come un manipolo di esaltati pronti alla rissa, alla disperata ricerca di una visibilità che non è neanche rivolta alla causa, ma al nutrimento del proprio ego.
L’antispecismo, oltre a essere un percorso da nutrire giorno per giorno partendo innanzitutto dal migliorare se stessi, è ben distante da come viene dipinto dai media e da quegli stessi attivisti che, con il loro desiderio di protagonismo, non fanno altro che rallentare il processo verso la liberazione animale, umana e della Terra.

 

Spesso viene denunciato il fatto che il veganismo, come prassi dell’antispecismo, sia stato fagocitato dal sistema e inglobato nelle dinamiche del capitalismo contemporaneo, finendo per essere spogliato dell’originale significato contestatario e ridotto ad una mera opzione dietetica o culinaria. Ma un’altra questione, parallela e per certi versi complementare, che mi pare assai importante in questo momento storico di vita dell’antispecismo, è la sua spettacolarizzazione da parte dell’industria massmediatica.
Da una parte distorcendo, denigrando e ridicolizzando il pensiero antispecista, dall’altra scavando in quell’animalismo privo di ogni ideologia e fine a se stesso, trasforma il tutto in un rozzo spettacolo da presentare a quel crescente pubblico sempre più apatico e acritico.
Ciò dopotutto non sorprende, considerando che la sempre maggiore degradazione del sistema massmediatico rende necessaria la spettacolarizzazione di tutto ciò che viene divorato e vomitato, in modo da riuscire disperatamente a scalare lo share di qualche punto o a guadagnare qualche click e qualche like in più.
Così, tra un giornale satirico online (Lercio) che deride gli animalisti, un comico pelato che veste i panni di uno chef vegano pelato, un’intervista di iene affamate di ascolti ad un “nazianimalista” che se vede qualcuno mangiare un panino col prosciutto gli ci sputa dentro, la risata è assicurata.
Giornalisti inetti poi non mancano mai di far notare l’ultima fesseria detta o fatta da qualche animalista che sfrutta l’attivismo per nutrire il proprio ego o, peggio ancora, sfogare frustrazioni personali: esultando se un terremoto devasta un paese dedito a sacrifici animali, invadendo chiassosamente il ristorante dello chef che cucina piccioni in TV, o che ogni mese trova qualcuno da denunciare e mettere in Croce, fosse anche solo perché convinto che la gallina animatronica della pubblicità sia vera e soggetta a maltrattamenti.
Sempre più spesso poi si parla di “guerra tra vegani e carnivori”, ultimamente messa in scena anche in TV con alcuni dibattiti/scontri dal contenuto per lo più misero, ma basta girare un po’ per i social network per vedere che dietro questa “guerra” in realtà c’è solo una parapiglia di una massa indistinta di persone che ignorano il reale significato della lotta per la liberazione, che bisticciano tra loro.
E si potrebbe continuare ancora a lungo rovistando nello sciocchezzaio mediatico degli ultimi anni. Solo qualche giorno fa un quotidiano nazionale ha pubblicato uno sconclusionato intervento che illuminava i lettori sul «Terzo Reich animalista».
Ma tutto questo in definitiva altro non è che un modo per reprimere il dissenso di chi lotta per la liberazione animale, delegittimare le ragioni antispeciste e fuorviare l’attenzione dall’immensa crudeltà di cui sono vittime miliardi di animali non umani, intorno a noi, in ogni dove.
Tuttavia, sebbene le industrie di sfruttamento animale, prime fra tutte quella zootecnica e quella connessa dei cibi animali, abbiano un forte potere e controllo sul sistema massmediatico (sia direttamente, essendo i dirigenti tra le più alte posizioni della gerarchia socio-economica capitalista, sia indirettamente, essendo tali industrie tra i principali acquirenti degli spazi pubblicitari), non credo che la questione sia da ricondurre unicamente a questo e chiamare in causa ipotesi di complotto.
Chiaramente si vede all’opera quello stesso processo di assorbimento del sistema in atto contro il veganismo, per cui la lotta per la liberazione animale, banalizzata e strumentalizzata dall’industria massmediatica, viene ridotta a pura merce, a un semplice prodotto per l’intrattenimento, dunque a fonte di profitto. Ma credo che ciò rappresenti in realtà solo un sintomo e non una causa primaria.
A mio parere, infatti, il tutto appare come una normale, benché deplorevole, reazione sociale di fronte alle richieste antispeciste, avvertite in tutta la loro radicalità, in tutta la loro portata rivoluzionaria, come troppo ardite, come una sfida insolente, inaccettabile, al dominio che l’essere umano ha costruito duramente, in migliaia di anni, sul sangue del popolo animale non umano.
Tutto ciò ovviamente fa paura, crea un forte stato di ansia sociale, insieme ai sensi di colpa, profondi e laceranti, di fronte all’incommensurabile crudeltà contro il restante mondo animale, quella crudeltà che si ripete ogni volta che si infierisce su un animale. Paura, ansia e sensi di colpa che possono essere dissimulati, repressi, assopiti, solo ricorrendo allo scherno e alla diffamazione contro chi è causa di tutto questo carico di tormento.
La ridicolizzazione e la denigrazione inoltre si presentano come forme più accettabili di repressione, perché non violente fisicamente (sebbene lo siano psichicamente), perché apparentemente innocenti e innocue, pur se le vere vittime di tutto ciò sono, in ultimo, gli animali schiavizzati e perseguitati, i perenni referenti assenti, che ben conoscono la violenza anche fisica del dominio umano.
Tuttavia, credo, bisogna prendere tutto questo come un importante segno di cambiamento sociale. È irrealistico aspettarsi che il mondo accolga le nostre richieste a braccia aperte. La società umana è lenta nell’evolversi e richiede molto tempo per accettare cambiamenti culturali e morali profondi come sono quelli insiti nel pensiero antispecista. Bisogna lottare e lavorare duramente affinché ciò possa un giorno avvenire. La strada da percorrere è ancora lunga. Andiamo avanti. Con calma e pazienza. Ma decisi e a testa alta.

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