C’era una volta l’attivismo

6023 decessi tra il 2008 e il 2012, ma Salini e Giachini (i veterinari responsabili dei controlli all’interno dell’ex allevamento Green Hill di Montichiari) sono stati assolti.
67 verbali di sopralluoghi mai avvenuti o contraffatti al fine di certificare un “benessere animale” funzionale a garantire gli interessi di Marshall, la multinazionale farmaceutica proprietaria dell’allevamento, ma Silini e Giachini sono stati assolti.
Ispezioni preannunciate e concordate con i dirigenti di Green Hill, accordi sull’ammaestramento (socializzazione) degli animali da mercificare, ma Silini e Giachini sono stati assolti.
Maltrattamenti, uccisione, omessa denuncia e falso in atto pubblico, ma nella mattina del 7 febbraio il gip del tribunale di Brescia Paglica ha assolto i veterinari dell’Asl locale: Silini e Giachini.
A stupire non è tanto il fatto in sé, ma che vi sia ancora chi confida, si riconosce, legittima e delega il cambiamento e la liberazione animale ad istituzioni, allo stato, ad enti ed entità complici delle multinazionali, che nutrendosi tra di loro alimentano quel sistema capitalista che fa dello sfruttamento del vivente una delle sue colonne portanti.
Un’ennesima conferma dei rapporti sodali tra istituzioni, multinazionali e stati di potere in generale che trovano complicità e sostegno nel clima soporifero in cui la lotta per la liberazione animale è piombata da ormai troppo tempo: anestetizzata dall’operato “debole” di associazioni animaliste (mascherate da antispeciste) prive di contenuti politici, ma che non lesinano collaborazioni con partiti. Campagne social sterili, che da anni contribuiscono a svuotare le piazze, generando orde di “attivist*” da tastiera che soppesano le finte vittorie in relazione ai “like” raccolti, fomentando la delega, svuotando di ogni principio e valore l’antispecismo, ridicolizzando l’aspetto politico dello stesso.
L’aspetto che deve disgustare non è una sentenza ammanicata sputata da un sistema corrotto che va smantellato, e non assecondato, ma la totale apatia con la quale questa viene accolta, l’apatia con la quale viene percepita la condizione di non-vita dei viventi ancora reclusi, di una Terra sotto assedio, un’apatia che normalizza il sistema di di sfruttamento vigente.
Un’apatia radicata nell’attesa che qualcun’altro prenda l’iniziativa, nella totale assenza di un’autodeterminazione che non va oltre l’assecondare quell’ascesa qualunquista espressa a suon di “parteciperò”, tesseramenti e pettorine.
C’è chi parla di attivismo e chi fa attivismo, c’è chi va a caccia di consensi come fanno i partiti politici e chi conduce una lotta politica per la liberazione totale, è l’ora di distingue chiaramente le due cose e decidere da che parte stare, il tempo passa ed a pagare queste derive sono solo i/le reclus*.

VM

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