NUDI COME… Benetton e la strumentalizzazione dell’antirazzismo

contro tutti i razzismi risorgenti

Benetton ci riprova.
In concomitanza con il primo anniversario dell’assassinio di Santiago Maldonado, attivista per la liberazione della Terra ucciso dalla polizia nel corso di un’incursione nel Pu Lof en Resistencia de Cushamen (provincia di Chubut, Patagonia argentina), Oliviero Toscani firma una nuova opera di greenwashing per la multinazionale italiana.
In un delirio di ipocrisia e perbenismo, la nuova campagna pubblicitaria “antirazzista” promossa da Benetton scomoda anche San Francesco, invoca la madre Terra e riscrive il cantico delle creature attribuendogli quei connotati necessari alla multinazionale per riqualificare la propria immagine nel mondo, celando così a consumatori e consumatrici le ferite dei popoli perseguitati, accuratamente mascherati dietro volti sorridenti.
Ma come spesso accade quando multinazionali del calibro di Coca Cola, McDonald’s, Nestlé, di un’altra illustre italiana come Ferrero, anche Benetton offre nello slogan stesso la chiave per reinterpretare la campagna, raccontando, però, la realtà dei fatti.

NUDI COME… il corpo senza vita di Santiago gettato nel Rio Chubut dalla polizia e restituito a due mesi dalla sue scomparsa, ucciso da un morbo chiamato capitalismo che per l’occasione vestiva abiti Benetton.

NUDI COME… le comunità Mapuche della Patagonia argentina, perseguitate da decenni, strappate delle terre ancestrali all’inizio degli anni ’90, colonizzate da Benetton e convertite in allevamenti per la produzione di lana.

NUDI COME… i cavalli, le mucche e le pecore deportate sulle terre strappate ad altri viventi, schiavizzat* e ridotti a strumenti del capitale, oggetti funzionali agli introiti della multinazionale di turno.

NUDI COME… le oltre 1000 persone rimaste schiacciate dal crollo del Rana Plaza (Bangladesh) nel 2013, una fabbrica tessile, una di quelle prigioni capitaliste costruite sulla disperazione delle persone che, sottopagate e trattate alla pari di un ingranaggio, confezionano i capi di abbigliamento venduti poi in tutto il mondo.

Ma i fatti ormai si conoscono, da anni.
Campagne di questo tipo sono solo il sintomo della consapevolezza raggiunta dalle multinazionali, che si aggrappano periodicamente a strategie di marketing per impedire che il proprio regno cada in frantumi, sgretolato dall’esodo di consumatori e consumatrici.
Il problema non sono loro, le multinazionali.
Il problema è chi gli offre sostegno ridisegnandogli l’immagine, ignorando volutamente o meno quale sia la verità.
Il problema sono i media tradizionali che, nell’oceano di un giornalismo defunto, prestano spazio a non-notizie utili però ad offrire un’immagine non veritiera dei volti di queste aziende.
Il problema è rappresentato da chi di fronte all’evidenza continua a voltarsi dall’altra parte, pensando che esistano problemi più gravi, ancora convint* che vi siano vite di serie A e vite di serie B.

RS

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