Climate Crisis – Lignite: brown coal

Il cambiamento climatico (da non confondere col cambio di stagione) non è più solo un fenomeno, ma un fatto concreto dagli effetti ormai ben visibili, i cui danni ricadono sulla libertà di ogni singolo vivente, partendo da quella della Terra.
Tra i principali fattori ad aver provocato la crisi climatica troviamo in testa il settore agro-chimico-alimentare (allevamenti, monocolture, pesticidi), preceduto di poco da quello minerario, a conferma di come la società moderna sia stata spinta sull’orlo del baratro dai processi industriali condotti da quella che viene definita come “specie maggiormente evoluta”.
Erroneamente identificato come una qualche forma di evoluzione, il sistema capitalista, nient’altro che una proiezione dell’antropocentrismo (ovvero quella distorta concezione per cui l’essere umano sia superiore ad ogni altra forma di vita), ha contribuito a seppellire il futuro della Terra nelle miniere, convertendo i naturali regolatori di carbonio (le foreste) in cimiteri a cielo aperto.
La lignite, un carbone povero, riveste senza dubbio un ruolo da protagonista in tal senso, in quanto la sua estrazione molto spesso segue ad una vasta opera di deforestazione al fine di preparare l’area prescelta, come nel caso di Hambach, dove le azioni della multinazionale energetica RWE hanno convertito parte della foresta in quella che ad oggi è la miniera a cielo aperto più grande d’Europa.
Lignite che RWE, tramite le multinazionali Drummond e Prodecco, importa anche dalle miniere in Colombia, offrendo il suo contributo al controllo di quelle terre attraverso l’uso di squadroni della morte: gruppi paramilitari molto spesso composti da ex membri delle forze armate che mantengono il controllo della zone interessate attraverso regimi repressivi, omicidi, spostamento forzato di civili, sequestri, stupri, torture e reclutamento illecito di persone.
Germania, Polonia, Repubblica Ceca e Grecia ricoprono oltre 1/3 della produzione mondiale di lignite, nonostante il carbone rappresenti uno dei peggiori agenti inquinanti a livello globale: solo nel 2012 oltre 7.000 di decessi sono stati associati all’estrazione, impiego ed esposizione a tale sostanza, per vie dirette e indirette.
La Grecia, nonostante quello del carbone sia stato identificato come un business in calo contraddicendo però la realtà dei fatti, ha investito oltre un miliardo di euro nella costruzione di due nuovi impianti nella regione della Macedonia occidentale, sede di miniere di lignite e centrali elettriche.
Sfruttando la crisi finanziaria del paese e la conseguente crescita del tasso di disoccupazione, i proprietari delle miniere hanno creato 10.000 posti di lavoro speculando sulla disperazione delle persone che sacrificano la propria salute per meno di 700 euro al mese.
Dal 1976 ad oggi circa 5 villaggi sono stati inghiottiti dalle miniere: oltre 4.000 persone espropriate perché vivevano su potenziali giacimenti di carbone. lignite grecia
Lo spesso stato di polvere sospeso nell’atmosfera rende difficile scorgere il sole su Ptolemaida, ex comune greco sito a 500 chilometri da Atene, dove il paesaggio post-apocalittico lo si deve dalla presenza della più grande miniera dei Balcani, che si estende per 625 miglia quadrate: oltre 1.600 chilometri quadrati.
Ma che si tratti di carbone, fracking, nucleare o idroelettrico il punto è il sistema: costruito per monopolizzare ogni risorsa della Terra, convertendola a seconda delle necessità o richieste di mercato, senza curasi delle conseguenze.
Il fine, non lasciare scelta al/alla destinatar*: consumatori e consumatrici. In un modo o nell’altro schiav* dei servizi offerti e complice delle opere condotte dalle multinazionali di turno, prendere coscienza di questa realtà è il primo passo verso la liberazione.

PP

Fonte: the guardian

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