Combating BDS – Boycott to boycotting

Un fenomeno nuovo viene calato dai palazzi del potere, inserendosi come il tassello mancante di un puzzle in quello schema repressivo standardizzato che, dall’azione diretta alle pratiche anticapitaliste quotidiane, colpisce chiunque muova opposizione contro le dinamiche di dominio dispensate dal sistema, anche solo rigettando la complicità con lo stesso e rifiutando di esserne schiav*.
Pilastro delle più classiche politiche fasciste, la censura è tornato ad essere uno strumento applicato con regolarità al fine di colpire la libertà di espressione, insabbiando anche i fatti più evidenti se questi possono mettere a repentaglio interessi economici e il controllo delle masse.
E se la sistematica repressione dell’azione diretta sta attraversando i massimi storici, i provvedimenti messi in campo dalle autorità di riferimento si stanno estendendo anche su quelle espressioni di lotta attiva/passiva, ma che destabilizzano le fondamenta del sistema capitalista, come la pratica del boicottaggio.
Nelle prime settimane del 2019 il senato degli Stati Uniti ha vagliato l’approvazione di un disegno di legge proposto dal repubblicano Marco Rubio che, tra gli altri punti, comprende una misura denominata Combating BDS Act.
Lanciato nel 2005 da attivist* palestinesi per generare pressione internazionale su Israele affinché vengano rispettati i più basilari diritti umani, la campagna BDS prende ispirazione da quelle anti-apartheid degli anni ’80 in Sud Africa e, ancora prima, dalle lotte per i diritti civili afroamericani degli anni ’50 e ’60 negli Stati Uniti.
L’obbiettivo è quello di promuovere azioni di boicottaggio, disinvestimento o sanzioni contro lo stato di Israele al fine di contrastare le politiche fasciste al centro della persecuzione del popolo palestinese.
Da sottolineare come questa campagna sia rivolta allo stato di Israele, all’istituzione, al simbolo del potere e origine delle suddette dinamiche, e non contro le persone israeliane.
Una precisazione quanto mai necessaria considerando che spesso, al fine di giustificare la persecuzione di chi anche solo supporta il movimento BDS, viene calata la carta dell’antisemitismo.
Una definizione tirata in ballo anche dal senatore Rubio, nonostante l’appartenenza al partito repubblicano, che con il suo disegno di legge andrebbe a creare un precedente storico.
Oltre allo stanziamento di oltre 3 miliardi di dollari nel sostegno militare degli Stati Uniti a Israele, rinnovando così storiche alleanze che vedono implicate multinazionali del settore quali Lockheed Martin, Elbit Systems e l’italiana Leonardo, la proposta di legge prevede una norma che consentirebbe a stati e singole località statunitensi di vendicarsi commercialmente contro società o persone che supportano e conducono campagne di boicottaggio.
Questo la dice lunga su come gli ingranaggi del potere osservino con timore pratiche come quella del boicottaggio, strumento a disposizione di tutt*, espressione di disobbedianza civile che in un’istante può portare al crollo anche della multinazionale più solida.
Ma se il senato degli Stati Uniti per il momento ha bloccato questa proposta di legge, in Spagna si è andati decisamente oltre.
Irene Esteban (militante femminista), Jorge Ramos Tolosa (professore di Storia Contemporanea all’Università di Valencia), Imma Milàn (docente della scuola secondaria) e alcuni attivist* catalani rischiano 4 anni di carcere per essersi opposti all’esibizione di Matisyahu (cantante statunitense filo-israeliano) al festival Rototom Sunsplash di Benicàssim nel 2015.
Gli/le attivist*, denunciati per minacce, incitamento all’odio e alla violenza, avevano fatto appello all’organizzazione del festival (per giunta reggae) affinché cancellasse il concerto del cantante in questione.
Matisyahu, che nel suo curriculum vanta collaborazioni con raccolte fondi destinate all’esrcito israeliano e l’appoggio a propagande antipalestinesi, ha più volte negato l’esistenza storica del popolo palestinese arrivando a giustificare azioni repressive come la strage condotta nel 2010 dalle teste di cuoio israeliane a bordo della Mavi Marvara, imbarcazione appartenente alla Freedom Flotilla.
La direzione del festival, che alla fine permise il regolare svolgimento del concerto di Matisyahu, come nel caso del senatore repubblicano degli Stati Uniti ha impugnato la carta del razzismo, accusando gli/le attivisti di antisemitismo.

Il processo nei nostri confronti mira a zittire il dibattito generato dal movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni a Israele e a criminalizzare le sue campagne. Nulla a che vedere con l’antisemistismo.
L’identità religiosa dell’artista non ha mai avuto alcuna importanza per noi. Qualsiasi persona – indipendentemente dalla sua identità – che difenda o collabori con i crimini razzisti e violenti di Israele non è coerente con un festival come il Rototom Sunsplash

Il più classico dei processi di distorsione della realtà e della verità, subordinata ad interessi economico/politici che calpestano libertà di espressione e di informazione, criminalizzando quelle azioni che destabilizzano le basi del potere.
Provvedimenti che non devono intimidire, ma evidenziare l’efficacia di determinate pratiche se espresse in modo collettivo.

RS

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Fonti: aljazeera – nenanews –

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