Always Coca Cola: repressione in formato bottiglia

In principio fu Nestlé, con il contributo di Danone (un tempo sua subordinata), ad avviare per prima il processo di privatizzazione delle risorse idriche della Terra, rendendo complessa la stessa pratica del boicottaggio in quanto molto spesso le acque controllate da queste multinazionali non riportando in etichetta il marchio di riconoscimento.

file adatto per cartelloni in formato A3 e volantini in formato A4 o A5

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Leader nella produzione di bevande gasate (300 filiali sparse in 5 diversi continenti), la statunitense Coca Cola attraverso il marchio Dasani si colloca al terzo posto nella classifica delle multinazionali a fare dell’acqua un proprio business, con il 28% del fatturato proveniente dall’America Latina dove l’acqua ha un costo superiore rispetto alle bibite in lattina.
Sud America e India, terre a vantare un triste primato per quanto riguarda il fenomeno del landgrabbing, rappresentano senza dubbio le maggiori fonti di approvvigionamento per Coca Cola.
Tra le promotrici dell’utilizzo di squadroni della morte (gruppi armati che hanno lo scopo di spalleggiare o instaurare regimi oppressivi basati sulla repressione dei popoli tramite omicidi, spostamento forzato di civili, sequestri, stupri, torture e reclutamento illecito di persone) come strumento intimidatorio e garanzia di controllo sulle terre strappate alle popolazioni locali, sopratutto in Colombia, l’operato di Coca Cola ha spianato la strada a tutta una serie di multinazionali che oggi fanno abitualmente uso della suddetta pratica: Dole, Chiquita, Del Monte, Drummond e Prodecco (fornitrici di carbone della tedesca RWE) e Daabon.
Quest’ultima è una ditta colombiana produttrice di olio di palma che rifornisce numerosi marchi del finto biologico, tra cui Allos e Rapunzel.
Tra le multinazionali a finanziare il mercato delle armi e direttamente l’esercito statunitense, Coca Cola sostiene regimi totalitari e fascisti come quello mosso dallo stato di Israele ai danni del popolo palestinese. (BDS)
Ma è nell’India settentrionale che si registra la più alta concentrazione di stabilimenti appartenenti a Coca Cola e Pepsi, terre dove più volte sono stati rilevati alti livelli di cadmio, cromo e piombo presenti nelle risorse idriche: la produzione di un solo litro della famosa bibita gasata provoca l’inquinamento di 9 litri di acqua.

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Nell’aprile 2011 a Mehdiganj (India) si è verificato un abbassamento di oltre 8 metri della falda acquifera locale a causa delle operazioni estrattive condotte dagli stabilimenti Coca Cola con sede in quell’area.
Lo stesso “fenomeno” si è verificato nello stato del Kerala, dove la lotta condotta dalla popolazione locale tra il 2002 e il 2004 ha portato alla chiusura di uno degli stabilimenti presenti, che per anni ha pompato milioni di litri d’acqua ogni giorno, provocando la più grave crisi di siccità nella storia dell’India.
L’opera di privatizzazione condotta dal colosso statunitense nel 2006 sbarca anche in Italia, quando Coca Cola acquista la S.R.L. Fonti del Vulture, azienda che estrae acqua dall’omonimo monte, un vulcano inattivo alto 1.327 metri sito in Lucania (Basilicata), grazie al quale la multinazionale produce i marchi Eva, Vivien, Toka, Sveva, Lilia.
Più recentemente, nuovamente insieme a Nestlé dopo la joint venture che per molto tempo le ha viste co-proprietarie del marchio Nestea, Coca Cola ha messo gli occhi su una delle arterie idriche storiche della Terra, formatasi in era mesozoica, che attraversa Argentina, Paraguay, Brasile e Uruguay, il SAG (Sistema Acquifero Guarani): un insieme di rocce sabbiose attraversate dall’acqua che copre una superficie di 1 milione e 200 mila chilometri quadrati, con i suoi 37.000 chilometri cubici di acqua di diverse qualità.
mapa_Acuifero-guarani-935x1024In linea con le strategie di greenwashing già adottate da altre multinazionali, funzionali all’accaparramento di nuov* consumatori/trici, e il tentativo di aggiudicarsi un pezzo di quella nuova fetta di mercato che erroneamente si è venuta a creare a causa di derive salutiste e modaiole, anche Coca Cola ha lanciato la sua personale linea di bevande vegetali: AdeZ.
L’inarrestabile decadenza del veganismo, ridotto a marchio e mero business per diverse multinazionali, va ricercata anche in quella prigione etimologica che a volte caratterizza alcune parole, per ragioni di comodità e opportunismo.
I termini non devono limitare gli orizzonti di lotta, sono quest’ultimi a dover ridefinire, quando necessario, il significato stesso dei termini.
Come all’epoca del boom dell’olio di palma, una questione ignorata per lungo tempo a seguito dell’origine vegetale della sostanza, che portava molt* vegan ad omettere o addirittura negare che a monte della produzione vi fosse sfruttamento animale, di tutt* gli animali, prerogativa che accompagna sempre la deforestazione.
Se di Liberazione Totale si parla, il veganismo deve tornare ad essere determinato, e determinare a sua volta, quel principio di anticapitalismo perso nel tempo, tra fenomeni di delega, strumentalizzazione e mercificazione, rinnovandolo anche attraverso la pratica del boicottaggio.

Fanta, Sprite, Dr Pepper, Seven Up, Schweppes, bibite gasate a marchio Simply (subordinata dei supermercati Auchan), Powerade, Royal Bliss (mixer soda), Kinley (acqua tonica), Smartwater, Nestea, Illy, Burn (energy drink), Amita (succhi di frutta), Oasis, Aquarius (sport drink venduti in Italia per breve periodo nel 2006), Monster Energy (energy drink), Fuztea, AdeZ (bevande vegetali).

Acque
Eva, Vivien, Toka, Sveva, Lilia.

RS